Pastorizzazione

Per garantire la sicurezza igienica le ditte industriali sottopongono la birra al processo di pastorizzazione che consente, tramite una “bottadi calore, di eliminare tutti quei batteri che possono col tempo alterarne irrimediabilmente la composizione sino a renderla avariata.

La pastorizzazione prende il nome dal famoso scienziato francese Pasteur, che non solo la scoprì nella seconda metà del 1800, ma che ne trovò anche le prime applicazioni pratiche.

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Una Birra Morta

Purtroppo con questo processo, vengono eliminati anche gli lieviti, preziosi (anzi indispensabili) alleati durante il processo di fermentazione.

Ne deriva una birramorta”, piatta, che necessita di una grande carbonizzazione (aggiunta di anidride carbonica) per renderla gradevolmente gasata e generatrice di quella schiuma indispensabile al rallentamento dell’ossidazione dopo la mescita.

Birra Non Pastorizzata

La scelta di non pastorizzare è quindi indispensabile per chi produce birra di alta qualità. Solo così infatti gli aromi ed i gusti derivanti dall’alta qualità degli ingredienti principali e dagli stessi lieviti nobili non vadano perduti, ma anzi vadano preservati anche a scapito di una data di scadenza molto più stringente.

Le nostre birre sono tutte rigorosamente NON pastorizzate.


Ultimamente alcune grandi ditte di birra producono birra a lunga scadenza segnalando in etichetta “non pastorizzata”.

Ma lo fanno evitando accuratamente di indicare che hanno semplicemente sostituito un processo fisico (pastorizzazione) con uno meccanico (microfiltrazione) al fine di ottenere lo stesso risultato: ovvero stabilizzare la birra eliminando ogni batterio (buono o cattivo) dal suo interno.

Photo credit: Sanofi Pasteur